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Dove mai sarà andato Fat Frumos...

de Tudor Arghezi(2004)

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Mediu
Dove mai sarà andato Fat Frumos,
sul suo cavallo, ché non lo si vede
in nessun luogo più, per quanto il sole
alto risplenda e si abbassi la luna?
Deserti e afflitti, per l’ultima volta
dal cielo i monti con lor cime vogliono
vederlo nella valle di granito,
vivo se è vivo, oppur morto se è morto.
Il suo canto, che tutta questa terra
circonfondeva tal quale in un sogno,
sì che anche l’occhio dei falchi restava
chiuso in ascolto, s’è interrotto a un tratto.
S’è staccato dai boschi ed è scomparso
dal piano; trsite, come priva d’anima,
questa terra non trova più ragione
che ci sia il giorno e discenda la sera.
Suonava il flauto suo; intorno, decine
di candidi villaggi affascinati,
centinaia di giovani e di vergini
ne ascoltavan le doine all’imbrunire.
Si svegliavano all’alba alla sua doina,
Si innamoravan alle sue canzoni,
si sentivan leggeri i fidanzati
e più belli, clacando l’erba soffice.
Farfalle ballerine nevicavano
su lui a schiere; amico di cinghiali
e di cervi, le fiere lo guardavano
comme fanciulle amabilmente timide.
Nessuno ha idea di dove mai sia andato
Fat Frumos della chioma folta e nera,
dagli occhi azzurri come lapislazzuli,
delle sottili sopracciglia arcuate?
Giù dai monti, a cavallo per le rupi,
è sceso e quantto notti ha sfavillato
la terra sotto gl’impazienti zoccoli
che han lottato col vento e con la pietra.
Prese il flauto, ma prese anche la scure
e armi pesanti, in mano a lui leggere;
e passò, come freccia per il bosco,
come fulmine apportator di sole.
Attraversò tutto il Paese; e quando
il Danubio non volle dargli il passo,
lo fendette balzandovi nel mezzo,
col petto in acqua e con il casco fuori;
e quel nero stallone che sbuffava
con le nari a fior d’acqua, avresti detto
che transportava Dio, o quanto meno
un messo di Traiano oppur del Papa.
La razza tetra, laida e sanguinaria
che dimora nel mondo sublunare
minacciava le doine e la bellezza
fiera di Fat Frumos, la sua gauezza.
E Fat Frumos, interrompendo il canto,
sentì nel sangue divampare fiamme;
nella voce, nel pane e nella terra
il calore senti del cielo avito.
E nella vita sua una luce vuova,
e un appello veniente delle Altezze
e dovunque una voce sconoqsciuta
e un esortar di segni e di sussurri
ignoti fino allora, che sorgevano
per dissolversi l’uno dopo l’altro,
mentre in ciel comparivano figure
alate, esseri bianchi si affollavano.
Si alzavan grandi flutti, risuonava
come fiaco il fogliame e l’orizzonte
era come un vassoio sagittato.
Clamor di plausi e murmure di ferro
in una tessitura sanguinosa
di esistenze e di lance raffrenate.
Ora il nemico è andato ad ammazzarlo;
che lo anneghi in un vortice di sangue
o disserri la sua tenebra fitta,
misericordi ma senza pietà,
comme vorrà, ché il degno successore
di Stefano e di Vlad Impalatore
alza per l’avversario are di roccia,
ma pure forche, erette e ben piantate.
Tu, o Patria, attendi che di nuovo i loro
canti si insinuin silenziosamente
tra i rami, dall’oriente all’occidente,
e dall’una frontiera fino all’altra.
Traducere de Claudio MUTTI

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